Io Sottraggo

14 Maggio 2005
“Voglio diventare la trama di me stessa. Devo diventare quello che c’è sotto. Si può incontrare la verità delle cose… quando si impara a levare il superfluo…”

A quattro anni ero una bambina che camminava per ore lungo il perimetro quadrato dell’ampio salone vuoto di un asilo.
Senza che nessuno mi fermasse.
Senza che nessuno mi abbia mai fermata.
A trentaquattro anni sono una donna che cammina per ore lungo il perimetro triangolare di un’ossessione: farmi vuota.
Sottrarre da me l’ingombranza. Sottrarre da me ogni sporgenza. Ogni morbidezza, ogni eccesso, ogni evidenza. Sottrarre da me ogni appetito. Svuotarmi del desiderio.

Con la scrupolosità di una miniatrice, vaglio questo poco spazio alla ricerca del peso esatto e della forma perfetta.
L’esattezza del calcolo aritmetico mi è venuta in soccorso quando non ne ho potuto più di “sentire”; quando non ne è potuto più di “inglobare” assenze.

La perfezione matematica ha saputo arginare il flusso di qualcosa che non ha nome, di una corrente che non so “chiamare”. Di un disordine fluttuante fatto di incognite e approssimazioni, temibile quanto irrisolvibile.

Ho geometrizzato le mie forme, mi sono innamorata degli spigoli, ho sviluppato una ferocissima passione per le mie ossa.
Sono diventata dismorfofobica.
E ho perso l’orientamento.
Tornare indietro mi sembra impossibile.
Lavorando con i numeri, operando per sottrazioni quotidiane, accogliendo quantità sempre più ridotte di cibo e di vita, vado avanti a scolpire me stessa, con l’obiettivo di redimere quella donna perfetta che è stata sepolta dalla carne.

Voglio soltanto sentirmi leggera. E per questo, sottraggo. Razzio la materia. Sferro colpi algebrici.
Continuo a contare, ossessivamente.
Perché il principio è: contenere tutto. Imparare ad avere argini.
E aggrapparsi ai numeri. Perché i numeri sono sedativi. Sono soluzioni.
Sono le sole, uniche risposte.

Numeri come anima. Numeri come malattia.

Le mie ossa Sono il mio trofeo Se non posso mangiare il tuo amore Allora non voglio mangiare niente.

Mi rendo inesistente. Mi sottraggo.

Forgio questo corpo ad immagine e somiglianza di te. Ad immagine e somiglianza di qualcosa che non c’è.

Io no, non sono anoressica. Sono soltanto la presentificazione di una mancanza.